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Il Pane in Casa: |
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Con un poco di conoscenze sulla qualità delle farine e sui processi chimici che avvengono nella lievitazione, illustrati nella pagine precedenti, si può incominciare a capire anche le differenze tra le diverse tecniche di preparazione dell'impasto e del perchè si ottengono risultati che possono essere molto diversi pur avendo sempre a che fare solo con farina, acqua e lievito.
Esistono sostanzialmente due modi di preparare l'impasto per il pane, anche se poi ognuno dei due si suddivide in infinite varianti, e cioè l'impasto diretto e l'impasto indiretto. Poichè queste note rappresentano sostanzialmente la mia esperienza reale, dedicherò molto più spazio all'uso del lievito di birra rispetto al lievito naturale, perchè al momento ho usato poco il lievito naturale e con risultati non molto soddisfacenti. Cercherò in ogni caso di dare le indicazioni necessarie a chi volesse cimentarsi in quell'impresa. Si chiama così l'impasto fatto unendo tutti gli ingredienti insieme nella stessa fase e facendo fare una unica lievitazione principale a cui magari aggiungere solo una lievitazione breve dopo aver formato i pezzi. Questa tecnica consiste nel fare un primo impasto esclusivamente con una certa quantità di farina ed acqua, poco lievito di birra e lasciare lievitare per un periodo che va da qualche ora fino a 24 ore. Poi viene aggiunta altra farina, sale, tutti gli eventuali ingredienti richiesti e un ulteriore (piccola) quantità di lievito di birra per fare l'impasto finale che verrà lasciato lievitare per un tempo variabile, ma quasi sempre di poche ore, a medo dell'uso del frigorifero nel qualcaso i tempi possono essere molto più lunghi, prima della cottura. Il poolish è un impasto fortemente idratato, con uguale quantità, in peso, di farina ed acqua, risultando in una specie di liquido molto denso. La quantità di lievito dipende da quanto a lungo si vuole far durare la lievitazione: più la si vuole lunga, minore deve essere la quantità di lievito, dell'ordine dell'1% per 6-8 ore di lievitazione. C'è però da considerare che la fortissima idratazione del poolish impone poi l'aggiunta di una abbondante quantità di altra farina al momento dell'impasto finale, in cui il poolish viene ad essere non più del 20-25 %. All'impasto finale andrà aggiunto altro lievito in relazione ai tempi di lievitazione richiesti, e quindi è impossibile definire facilmente il contenuto totale di lievito, ma se la seconda e conclusiva lievitazione deve essere contenuta in 6-8 ore, saremo in ogni caso tra 1% e 1.5%. Il poolish è stato sviluppato nei paesi del nord Europa, forse in Polonia, da cui il nome, per far fronte alle basse temperature che ostacolavano la lievitazione. L'uso di una massiccia idratazione favorisce sia la formazione del glutine che l'attività enzimatica, a tutto vantaggio dello sviluppo dei lieviti. La biga si differenzia dal poolish esclusivamente per la quantità di acqua, che nella versione più tradizionale è tra il 45% ed il 50% della farina, sempre in peso, ma che per alcuni, come Habelman, può essere anche superiore, richiedendo però trattamenti diversi. La quantità di lievito segue la stessa regola del poolish: più lunga la lievitazione che si vuole ottenere, minore la quantità di lievito da usare, con punto di riferimento l'un per cento sulla farina. Il risultato è un impasto piuttosto solido, che richiede una certa attività meccanica per renderlo uniforme, e quindi favorisce l'aggregazione delle molecole delle proteine e l'assorbimento di aria. Ho incominciato con una biga di durata moderata, circa 12 ore, usando nell'impasto finale una quantità di biga del 25 % sul totale. in questo periodo la quantità di lievito usato nella biga era sempre stato il minimo apprezzabile dalla bilancia che usavo allora, circa 1 grammo, anche se a posteriori posso dire che la stabilità di questa quantità, dovuta alla visualizzazione del taglio dal panetto da 25 grammi, è stata sicuramente migliore della risoluzione della bilancia. In altre parole, l'occhio del taglio mi ha permesso di avere una quantità di lievito di 1 gr con una tolleranza tutto sommato accettabile. Vediamo ora qualche esempio di come si sviluppa l'impasto. 200 gr di farina manitoba
dopo 12 ore di lievitazione al coperto e chiusa con pellicola trasparente, è diventata così
ne prendo la metà, la taglio a pezzi
e la uso per l'impasto finale in cui aggiungo 300 gr delle varie farine come richiesto dalla ricetta per una lievitazione finale di 2 ore. Ho provato anche a sciogliere la biga nell'acqua con il lievito, prima di aggiungere la farina e gli altri ingredienti
Non ho notato differenze significative nel risultato, per cui entrambi i sistemi sono accettabili. 2) - Biga a Lunga Lievitazione In questo secondo approccio, che per distinguerlo dal precedente ho chiamato biga a lunga lievitazione, preparo una biga per ogni tipo di pane che intendo fare, con tipicamente 400 gr di farina In inverno, con temperatura casalinga di 22 ºC, ho usato 2 gr di lievito. Con temperature superiori ho ridotto il lievito fino ad un grammo. Con temperature superiori a 25 ºC ho dovuto usare il frigorifero per bloccare lo sviluppo dei lieviti per una parte del tempo. 200 gr di manitoba con 22.5% di proteine Impastato velocemente il tutto, formata una palla e messa in una ciotola coperta da pellicola trasparente, ecco come si presenta all'inizio, dopo due ore, quattro ore e sei ore
poi c'è stata la notte, e questo è il risultato dopo 16 ore di lievitazione, con la reticolazione che l'impasto ha raggiunto
Questo è invece quello che ho ottenuto, nelle stesse identiche condizioni, con una biga in cui 100 gr di farina 0 sono sostituiti da 100 gr di farina di segale, che tipicamente non produce glutine e fatica a lievitare, come base per un pane nero alla tedesca:
La lievitazione lunga non è quindi influenzata dall'uso di farine "difficili" Nonostante alcuni testi dicano che sia possibile effettuare l'impasto finale semplicemente aggiungendo ad una biga di questo genere il sale, l'acqua mancante e basta, l'esperienza che ne ho fatta porta invece a consigliare l'aggiunta di una piccola ulteriore quantità di farina e una dose di lievito di birra. Il lievito serve per mantenere limitata la durata della lievitazione finale, che sarebbe troppo lunga se si usasse solo la biga. Questa tecnica, con una quantità totale di lievito inferiore, e a volte molto inferiore, all'1 % rispetto al peso della farina, e con un'idratazione totale che è stata del 60% o un poco meno, l'ho usata per un certo tempo, applicandola a diversi tipi di pane e con risultati che al momento mi sembravano molto positivi e che sono decumentati nelle mie ricette. Per cercare di aumentare l'idratazione totale dell'impasto, ed incontrando una grossa difficoltà ad idratare molto l'impasto finale, problema di cui parlerò dopo, ho cercato di aumentare l'idratazione della biga, per ridurre la necessità di acqua alla fine. Niente di particolare, ma solo un'idratazione del 60% che avevo già provato nella mia prima biga a lievitazione "breve" di 12 ore. Però questa idratazione, ed il progressivo aumento del lievito che ho introdotto, verso la quantità "classica" dell'1% del peso della farina, mi hanno naturalmente indotto ad usare obbligatoriamente la tecnica del freddo, che avevo già sperimentato per le temperature estreme. In questo caso è invece diventata una scelta meditata. Questo tipo di biga ha subito diverse piccole variazioni nel tempo, e se ne possono trovare le prove nelle varie ricette presentate. Il risultato finale, che è anche alla base della mia prima Ricetta Definitiva, anche se non corrisponde a quanto prevede la biga classica, è la seguente: 200 gr di farina Manitoba (tipicamente Tibiona W=400) Sciolgo il lievito nell'acqua e l'aggiungo alla farina setacciata. Impasto velocemente con la foglia fino a raccogliere tutta la farina e metto in una ciotola coperta da pellicola trasparente
Metto subito il frigo. La temperatura di fermo lievitazione dovrebbe essere di 4 ºC, e in un frigorifero casalingo, con le sue frequenti aperture, il mantenere questa temperatura è praticamente impossibile, ma per una notte anche i 6ºC sono accettabili. Dopo un periodo variabile tra le 14 e le 16 ore in frigo, porto la ciotola a temperatura ambiente per 6-7 ore (a 22 ºC, meno per temperature più elevate), quando diventa così, ed è pronta per l'impasto finale:
Questo tipo di biga mi ha aiutato molto nel migliorare l'idratazione totale dei miei pani, e anche quando ho imparato a gestire meglio l'idratazione finale, è rimasta la mia scelta preferita per alcune ricette. Si discosta un poco dalla biga classica, ma ha una sua razionalità e una praticità per chi usa una planetaria casalinga, che non è una vera impastatrice e pone problemi per ogni tipo di impasto che non sia veramente banale. La biga classica prevede un'idratazione del 45-50% e l'1% di lievito sulla farina. La ragione di questo è che con un'idratazione così ridotta, anche una quantità di lievito non piccola non riesce a far crescere molto la lievitazione, permettendo la maturazione per le 20-24 ore tipiche per questo preimpasto. Ecco un esempio 200gr di farina Manitoba Tibiona (W=400) Impasto velocemente fino a raccogliere tutta la farina
copro e lascio lievitare a temperatura ambiente (24 ºC) per 22 ore, quando è diventata così
E' evidente che nonostante la temperatura non bassa, e il lievito in dose tipica, lo sviluppo dell'impasto è stato minimo, anche se la maturazione è evidente dall'odore di biga matura. La scarsa idratazione fa evidentemente il suo dovere. Ultimamente questo tipo di Biga è diventato quasi l'unico che uso, perché sono riuscito a superare i problemi di idratazione totale che avevo grazie all'uso di una autolisi di un paio d'ore delle farine dell'impasto finale. La versione che ho più utilizzato della Biga Classica è stata con idratazione del 45%, molto adatta anche con temperature elevate e con farine non troppo forti, ma sto ultimamente sperimentando con successo la versione ancora più classica con idratazione del 50%. Il risultato che ottengo nel sapore e consistenza del pane è davvero notevole. Questa versione di Biga mi ha davvero conquistato, risultando le migliore approssimazione alla Pasta Madre che mi sia mai riuscita. |
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Quando la temperatura ambiente supera i 24 ºC, la tecnica illustrata in precedenza per la Biga a Lunga Lievitazione non può più essere usata, perchè anche con quantità di lievito inferiori ad 1 gr la velocità di espansione dei lieviti risulterebbe sempre troppo alta, e l'esaurimento dell'ossigeno avverrebbe troppo presto per una ragionevole espansione anche dei lattobacilli delle farine. Per lo sviluppo troppo rapido dei lieviti, la Biga non riuscirebbe a raggiungere una adeguata acidità, che è in effetti il suo obiettivo principale. In questi casi è necessario ricorrere al frigorifero. Il metabolismo dei saccaromiceti viene molto rallentato a temperature basse, fino ad essere quasi fermato a 7-8 ºC. I Lattobacilli invece continuano il loro sviluppo, anche se un poco meno attivamente, così come continuano ad essere attivi i vari enzimi.
Le macchie sono gocce d'acqua condensate sulla pellicola. E' evidente che lo sviluppo dei lieviti è stata minima. Lasciato quindi a temperatura ambiente di poco superiore ai 25 ºC, dopo altre 10 ore era nel pieno dello sviluppo, con un'evidente trama interna
Il risultato è stato il solito impasto molto morbido, senza la lievitazione troppo rapida che la temperatura abbastanza alta poteva far temere. Usando con giudizio il frigorifero si riesce a rallentare la proliferazione dei saccaromiceti dando tempo alla maturazione dell'impasto e ai lattobacilli di svilupparsi almeno un poco. L'obiettivo dell'impasto finale è di formare una massa omogenea in cui tutta l'acqua sia perfettamente assorbita dalla farina e si sia sviluppata una ampia maglia glutinica, capace di mantenere al suo interno tutti i gas che si sviluppano nella lievitazione. Con una planetaria casalinga, anche di ottima qualità, questi due obiettivi non sono affatto banali da raggiungere e richiedono l'uso di qualche trucco che non si trova normalmente descritto nelle ricette che presuppongono l'uso di vere impastatrici. Ogni tipo di farina ha i suoi tempi di assorbimento dell'acqua, che possono risultare anche "lenti". Quello che va evitato è di dar modo al lievito di iniziare il suo sviluppo prima che la maglia glutinica si sia stabilita, e che quindi l'acqua sia tutta ben assorbita. Uno dei trucchi più semplici ed efficaci consiste nel mettere buona parte delle farine aggiuntive dell'impasto finale in autolisi con una ampia dose di acqua. Il termine autolisi è gergale, perchè vuole indicare un processo in cui un impasto di farina e acqua viene lasciato sviluppare da solo, ma in realtà si tratta di un processo di idrolisi in cui avvengono due fenomeni: le proteine del glutine iniziano a sciogliersi nell'acqua e la struttura del glutine incomincia a formarsi e le amilasi ad intaccare l'amido trasformandolo in zuccheri più semplici, preparando la strada al lavoro dei lieviti, ma anche le proteasi iniziano la loro demolizione delle proteine, la cosiddetta maturazione dell'impasto, che favorisce la digeribilità ma indebolisce la maglia glutinica. Poiché questo procedimento sta diventando molto di moda, con molti dubbi su cosa significhi e di conseguenza anche molti errori nella sua esecuzione, gli ho dedicato una pagina separata: Autolisi: quando e perché. La Biga preparata il giorno prima con 200 gr di farina Manitoba Tibiona Messa in frigo per 15 ore e poi a temperatura ambiente (23 ºC) per 7 ore
farine in autolisi 200 gr di farina 00 Marino impastato velocemente e poi in frigo per 30 minuti
Aggiungo la biga, l'acqua rimanente (105 gr) in cui ho sciolto il lievito (3 gr) e il malto (4 gr) e gli ultimi 100 gr di farina di segale
Impasto a velocità 2 fino a che non si stacca con decisione dalla ciotola, aggiungo il sale (13 gr) e continuo ad impastare per un altro minuto
Metto in frigo a riposare per altri 10 minuti, poi riprendo ad impastare per circa 5 minuti, quando l'impasto inizia a lasciare pulita la ciotola
Continuo per un altro minuto ed ecco l'impasto pronto per le lavorazioni successive
Per gli impasti ad alta idratazione, come il precedente, è relativamente facile verificare che si è riusciti a produrre una struttura glutinica adeguata, la cosiddetta "incordatura". Infatti con un'alta idratazione l'impasto rimane molliccio sul fondo della vasca fino a quando si forma una forte maglia del glutine che, a poco a poco, tira l'intero impasto sul gancio. E' anche più facile verificare che effettivamente tirando l'impasto questo si allunga e si assottiglia, ma non si rompe subito. Il Folding (piegature) è una tecnica utilizzata specialmente durante la prima fase di lievitazione dell'impasto finale. Il suo scopo è di inglobare più aria nell'impasto e di rinforzarne la struttura. Dopo qualche serie di pieghe l'impasto è più strutturato e maneggevole, anche con idratazione medio-alta, e l'aria inglobata aiuta sia la lievitazione che lo sviluppo verticale in fase di cottura. Esistono diversi tipi di pieghe, ma la più diffusa è la cosiddetta piega a tre:
L'operazione è normalmente ripetuta per due o tre volte, lasciando riposare ogni volta l'impasto per il tempo dato dalla ricetta e ogni volta incrociando la direzione della piega, come illustrato nel seguito, che è il secondo folding dell'impasto precedente:
Qualche volta le due operazioni vengono fatte contemporaneamente, ottenendo una piega a tre incrociata. In questo modo si riduce il numero totale di interventi.
Ecco un breve video con la dimostrazione pratica di una doppia piega a tre. Prima di dare la forma definitiva al pane, quella con cui verrà cotto, è buona regola dare una preformazione al pezzo di impasto di peso corretto. Questo perché normalmente questo pezzo di impasto viene tagliato da un impasto molto più grosso, da cui si ricavano molte parti individuali (anche nel mio piccolo, normalmente ricavo da due a quattro pezzi dall'impasto totale), e non sempre deriva da un taglio regolare, con magari aggiunte di piccoli pezzi per correggere il peso. La preformatura permette di dare una struttura regolare al pezzo, tendere la superfice e far rilassare il corpo. Si usano normalmente due tipi di preforma: tonda o a cilindro.
Si ripiega il bordo verso il centro, e lo si fa ciclicamente per tutta la circonferenza almeno un paio di volte
Si prende poi con entrambe le mani l'intera circonferenza strizzandola in alto, e sigillando fortemente i bordi
Qui un breve video su questo tipo di preforma.
Cercherò ora di dare delle brevi indicazioni su come preparare alcune delle forme più tipiche del pane. Sono foto già apparse nelle varie ricette, ma riunirle qui in modo organico può essere di interesse generale. 1 - Panini e pagnotte: forme tonde Le forme di pane tonde si possono fare in modo molto simile alle preforme tonde, evitando però di stringere troppo e degassare completamente l'impasto.
2 - Filoni e filoncini Per dare forma e struttura alla classica forma di pane allungata, indipendentemente dalle dimensioni che si vuole realizzare, si può fare così:
3 - Le Ciriole Sono una delle tante forme di pane arrotolate, molto simili alle Mantovane. Una tecnica semplice di produzione è la seguente:
4 - Le Biove Tipico pane piemontese che è un'altra forma arrotolata ma più elaborata. Si forma il solito cilindro e si crea una striscia con il mattarello, cercando però di farla molto lunga e sottile. Le Biove devono essere fatte da molti avvolgimenti. Si arrotola la striscia cercando di formare un cilindro uniforme, che viene fatto lievitare contenendone l'espansione laterale. Prima di infornare si taglia a metà, longitudinalmente, ogni cilindro, e si incide profondamente ogni metà:
5 - Le Baguette Questo tipico pane francese non può essere prodotto nel suo formato tradizionle, lungo circa 60 centimetri, in un classico forno casalingo. Conviene optare per la cosiddetta demi-baguette, la mezza baguette di lunghezza poco superiore ai 30 centimetri. La tecnica di formazione è analoga, ma un po' meno laboriosa.
Si rigira l'impasto e si porta analogamente l'altro bordo al centro, sempre premendo il bordo
Si prendono le due estremità e si richiudono su se stesse, sempre sigillando con forza lungo l'intera unione
Partendo con le due mani unite al centro, si fa rotolare l'impasto avanti-indietro allargando lentamente le mani per allungarlo. Passando alla fine anche sulle estremità, le si appuntiscono
Ho aggiunto un breve video dove si possono vedere tutti i passaggi di questa formazione. |
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Le Farine
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